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Uomo e Agricoltura

Sbalordisce il fatto che si sia arrivati a ciò nel giro di un secolo, un battito di ciglia e il destino di un Pianeta prende una svolta. 420 milioni di anni, è la distanza temporale che ci separa dal Cambriano, quando si presuppone che le prime piante abbiano iniziato a colonizzare la Terra, un periodo che mi piace considerare istintuale, di simbiosi e coevoluzione. Si arriva poi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, e si assiste ad una veloce e costante perdita di istinto da parte dell’uomo, inteso come allontanamento da un atteggiamento di rispetto e legame verso la natura. Senza rendercene conto, ci siamo distanziati da un sentimento e da un credo condiviso dalla comunità, abbiamo avuto il bisogno di separare, di separarci. Abbiamo perso i legami con le pluralità, con lo Spirituale…non è difficile immaginare che in uno stato di totale smarrimento e conflitto come quello che abbiamo vissuto negli ultimi secoli si cerchino delle nuove domande, risposte e alternative. E’ forse il momento in cui ci si rende conto che si ‘’potrebbe vivere meglio di così’’: quindi il volere di Dio liberamente tratto e divulgato da qualche ciarlatano non basta più, si sente il bisogno di diventare padroni del proprio stato e essere. Il passaggio è stato rapido: perdi un Dio, ne trovi un altro: può essere il Caos, la scienza o gli Dei dell’Olimpo, sta di fatto che con il Positivismo il nuovo Dio è la Scienza. Ci si affida a Lei ciecamente, senza sapere le sue conseguenze, infatti se lei viene nutrita di  se stessa senza un briciolo di lungimiranza e umanità, diventa arida e terribilmente amorale. Anche Lei giustifica tutto e vuole trovare una spiegazione a tutto, ma il risultato soddisfa solo chi decide di indottrinarsi. La mia non vuole essere una critica alla scienza, ma al suo uso spropositato. Non critico neppure il bisogno di noi uomini di affidarci a lei, ma sono propensa a condannarne l’abuso. Quindi con l’arrivo degli anni 40 dell’ottocento entra in scena la chimica nel panorama agricolo europeo con la teoria mineralogica di Liebig: anche qui vediamo la volontà di dividere, di cercare i singoli elementi chimici presenti nella pianta, con lo scopo di sostenere la pianta stessa nel caso avesse delle carenze. Ma fosforo azoto e potassio sono solo tre parte singole, che non possono creare un’unità, se dati ad una pianta possono dare l’illusione di colmare una possibile mancanza o curare una malattia, ma in realtà ci stanno distanziando dalla realtà. Stiamo dando spazio alle imitazioni, alle finzioni, perché dimentichiamo la base delle cose. Quello che è accaduto è che ci siamo dimenticati della terra, perché troppo concentrati sulla produttività. Ci siamo scordati che la pianta dipende dal suo suolo, e che ci sono delle leggi che noi stiamo cercando in tutti i modi di disturbare, ma certe volte dovremmo solamente osservare, ascoltare, e sentire la nostra terra per immaginarne i bisogni. Vogliamo far finta di dormire, senza vedere che l’arrivo dei concimi chimici o quelli di origine animale come il guano del Perù, quindi non appartenenti ad un ciclo chiuso, insieme alla produzione intensiva, stanno depauperando i suoli. Se fino al 1700 l’agricoltura europea aveva trovato al suo interno i mezzi per incrementare lo sviluppo della produzione, tra il XIX e XX secolo, dipende dal saccheggio intensivo delle risorse minerarie non rinnovabili del Terzo Mondo. Le cose non sono cambiate poi così tanto, se non che sempre più persone, nell’ultimo secolo, si stiano ponendo delle domande e lavorando attivamente  su come riacquistare un equilibrio perduto potendolo però affiancare alle nuove richieste quali un giusto compenso a livello di reddito per il proprio lavoro o elevare la figura dell’agricoltore a livello sociale.

Per fare ciò andranno uniti gli intenti, con lo scopo di rendere ‘’normale’’ ciò che oggi appare elitario, serve comunicazione e aiuto reciproco per ritrovare una sintonia che abbiamo voluto smarrire, ma che ora siamo e dobbiamo essere in grado di cercare, magari riaffidandoci al nostro sentire.

 

Clelia Maria B. XIII cl.

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