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Lussuria: quando Paolo parla

Il mio lavoro è ispirato alla Divina Commedia di Dante Alighieri, in particolar modo al V canto ovvero quello dei lussuriosi.

Il canto è suddivisibile in tre parti: la prima è quella in cui Dante e Virgilio incontrano Minosse, il giudice dell’inferno, ovvero colui che assegna ogni anima al giusto girone; nella seconda Virgilio intercede per Dante, convincendo Minosse a lasciarlo passare, nonostante fosse vivo, dicendo al giudice infernale che il viaggio si svolgeva per volere divino (vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare); la terza parte è quella in cui vengono descritti più accuratamente i lussuriosi e le loro pene.

È in questa terza parte che Dante conosce le anime dannate per colpa della loro lussuria: esse sono trascinate da una forte tempesta e, per la precisione, vi sono due fazioni di anime; la prima viene appunto sballottata dalla tempesta mentre la seconda è quasi trasportata, e sembra volare cullata dal vento.

Tra le anime nella tempesta Dante ne riconosce di famose e mitiche, come quella di Didone, di Cleopatra, di Achille; ma la sua attenzione è attirata da due anime che nella tempesta volano abbracciate l’una all’altra.

Queste anime sono quelle di Paolo e Francesca, che in vita sono stati amanti e sono state uccisi violentemente dal marito di Francesca ovvero il fratello di Paolo.

Dante chiama queste due anime e esse si recano dal poeta; è Francesca a parlare, racconta al poeta dell’amore che li ha colpiti, di tutto quello che hanno provato, racconta la loro storia e lo scrittore è molto coinvolto, si commuove in un certo qual modo, entra in empatia con la coppia tanto che a fine canto sverrà (e cadde come corpo morto cade).

Mentre Francesca racconta, Paolo se ne sta in disparte e piange, piange e non si ha una chiara rappresentazione del perché lo faccia.

Io, nel mio progetto, ho voluto dare voce a Paolo, prendere in mano un personaggio quasi secondario di quest’opera e rappresentarlo attraverso i suoi pensieri, tenendo conto del fatto che in quanto anima dannata ha una concezione chiara di passato e futuro.

Ho scritto, quindi, di mio pugno i pensieri di Paolo riferendomi sia alle sue conoscenze passate che a ciò che ha appreso post mortem; e questo è il risultato:

 

Una voce ci chiama, pensai

Chi è l’entità che ci salva dalla tempesta,

Lo vidi e tremai, un uomo lui era, creatura viva e desta;

Ci girammo e da lui ci recammo io e Francesca

Ed ella parlò del focolar di passione che ci donò Vesta

Diamine pensai che va a raccontar questa

È forse pentita di quel che è successo?

Di no mi ha giurato ma che storia è questa

Ne parla a quell’uomo come con rimorso

come con peccato a cui fare ricorso

Ma so che mi ha amato fino a farsi male

con fare di cuore e con fare carnale

Lo so e lo spero, ci credo, mi pare

Dal volto mio ormai cadon lacrime amare.

Lacrime giuste per un’ingiustizia,

Che appresi tra il vento la dolce letizia,

che in un futuro più bello più strano ma beato,

l’amare qualcuno non sarà più peccato.

E quindi piansi, piansi, piansi e tremai

E lacrime d’odio sul suolo versai

Odio per un uomo per cui provai affetto

e che dalla vita mi privò di netto

Non solo di vita mi privò la sua rabbia

ma anche l’amor persi in quella stanza.

E così io persi per l’ira di Marte,

non solo l’amor ma il sangue del sangue.

E quindi lo odio, come odio il mio tempo,

perché il mio peccato non è che un esempio

di giusto o sbagliato e di come va il mondo.

Sulle guance un mare, ma resto giù in fondo,

la lascio parlare, la voce trattengo,

ravveda quell’uomo che vive in quel tempo,

che l’amore è ingiusto e che a volte è codardo.

Ma un singolo battito eterno vale ogni pena dell’inferno.

Andrea G.  XI cl.


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