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Ius Solo per alcuni

Lo Ius Soli, la legge approvata alla camera alla fine del 2015 ma arenatasi al Senato qualche mese fa, garantisce nel testo un’integrazione dei diritti alla legge ora in vigore (la legge Ius Sauguinis), riguardo all’acquisizione della cittadinanza del nostro paese. La legge prevede che un bambino nato in Italia diventi automaticamente italiano se almeno uno dei due genitori si trovi legalmente in Italia da cinque anni; in caso il genitore non provenga dall’Unione Europea deve aderire a tre parametri: deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, di un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale e superare un test di conoscenza della lingua italiana. Un’ulteriore legge, lo Ius Culturae, prevede l’acquisizione della cittadinanza per i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i dodici anni e superato almeno un ciclo scolastico.

Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, dopo aver preso coscienza dell’insufficienza dei voti necessari per il passaggio del ddl al Senato, dopo i ripensamenti del partito di Alfano, ha annunciato il rinvio della legge in calendario in Senato, dicendo di ritenerla comunque giusta.

La legge costituirebbe uno storico e necessario cambiamento statale in vista di inevitabili e largamente considerevoli fenomeni migratori, con un’azione di integrazione, controllo e rispetto dei diritti di cittadino di chi è italianissimo, anche se non italico. La manovra metterebbe potentemente in luce la volontà della nostra nazione di perseguire una manovra integrativa di quella parte dell’Italia meno considerata ma indispensabile per il futuro. I dati parlano chiaro: ci sono circa 1 milione e 65mila minori stranieri in Italia, moltissimi dei quali sono figli di genitori da tempo residenti, o hanno già frequentato almeno un ciclo scolastico (a volte le due categorie si sovrappongono). Forse i dati parlano chiaro, ma parlano piano.

Le posizioni dei partiti in questo dibattito estivo sono state, com’è presumibile, diametralmente opposte. Dalla solida approvazione del PD alle indecisioni di Alternativa Popolare (mutate poi in negazione al sentore di una possibile perdita di consensi in un momento di preoccupazione riguardo le ondate migratorie), al rifiuto categorico di FI, Lega e M5S. Il rinvio della legge è stato preso come una vittoria dai più bellicosi sostenitori delle politiche anti immigrazione che, tra un secchio di benzina e l’altro gettati sulla questione, si sono, più o meno volontariamente scordati, che il provvedimento non riguarderebbe chi sbarca sulle coste nazionali: non potrebbe essere applicato in quanto viene a mancare la permanenza legale del genitore. L’impegno del governo, come assicurato da Gentiloni, continua e sarà garantito, ma il torpido luogo comune trionfa nuovamente sull’evidentemente banale e secondaria realtà dei fatti. Nemmeno le parole del Papa, in occasione della “Giornata mondiale del migrante” sono state risparmiate dagli isterici tweet leghisti, che cicalanti hanno subito attaccato la massima carica religiosa cattolica, storicamente molto cara a partiti della stessa loro inclinazione politica: “Il nostro papa è Benedetto XVI” tuona un tweet di Tony Iwobi (nigeriano responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega), che rimbomba epocale.

La questione, dimostratasi potenzialmente rinfrescante e di ispirazione per le nuove direzioni politiche, è risultata essere l’ennesimo scontro in parlamento, non davvero costruttivo. Nella nebulosità che traspare della realtà dei fatti sentiamo echi di urla contro immigrazione e accoglienza (parametri del tutto estranei allo Ius Soli), che confermano la perpetua campagna elettorale della politica odierna e l’assoluta e cieca incapacità di perseguire scopi metapolitici di alcuni partiti, legati ai consensi e non alla nobiltà politica.

 

Tommaso Camilot 

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