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Fast Fashion

Quando ti senti giù prendi la tua carta di credito e vai a fare shopping, tu e il resto della massa. Al giorno d’oggi puoi comprare qualsiasi cosa ti piaccia a basso prezzo: pantaloni da indossare per uno specifico evento, migliaia di magliette con colori fantastici da abbinare, vestiti, borse, scarpe… qualsiasi cosa ti venga in mente.

Puoi acquistare ogni cosa anche senza uscire di casa. Troverai il tutto molto soddisfacente. Ti senti così bene mentre spremi il tuo portafogli. Non è così? Forse riuscirai a comprare cinque magliette al prezzo di 20 euro oppure una al prezzo di 60 euro.

E diventerai sempre più parte di quello che si chiama fast fashion: “moda veloce”, unindustria in espansione, usa e getta, che ci trasforma in consumatori ansiosi, a buon mercato. Spesso, però, ignoriamo che queste produzioni e smaltimenti hanno un effetto disastroso a livello umano, sociale e ambientale.

Inquinamento e spreco delle acque, bassi salari, condizioni pessime dei lavoratori, sono solo alcuni dei profondi problemi interconnessi con l’industria della moda.

L’industria della moda che conosciamo noi oggi si è evoluta in particolar modo nel 2005, quando l’Organizzazione Mondiale del Commercio ha liberalizzato definitivamente gli scambi mondiali di tessili e abbigliamento, dando luogo ad una guerra competitiva tra le multinazionali della produzione e del commercio di prodotti tessili.

Questa catena di approvvigionamento inizia spesso nei campi di cotone, come quelli in Uzbekistan, Cina, India, Usa, Pakistan e Brasile, che nel 2009 hanno prodotto tutti insieme l’85% del cotone. Il cotone costituisce poi il 40% della fibra utilizzata nell’industria tessile, un’industria potente, che coinvolge 60 milioni di lavoratori in tutto il mondo. I lavoratori raccolgono il prodotto in condizioni insalubri ed estenuanti, spesso sono giovanissimi, ma non solo: pare che circa 2 miliardi di dollari vengano spesi ogni anno per i pesticidi chimici - con nomi sospetti quali NPE, ftalato, azocoloranti -, necessari per scongiurare l’attacco alle piante di cotone (spesso geneticamente modificate) da parte di parassiti e infestanti, con una ricaduta sui contadini in termini di minaccia alla loro salute, dato che si trovano costantemente a rischio di avvelenamento per contatto o inalazione. E l’aver introdotto cotone Ogm, che secondo i big dell’agribusiness come la Monsanto, doveva favorire la resa e la riduzione di fertilizzanti e pesticidi chimici, non ha fatto altro che peggiorare drammaticamente le condizioni dell’ambiente e della vita dei coltivatori.

Tra i paesi che più producono , il cotone Ogm costituiva nel 2007, già il 43% del totale del raccolto, e in India in particolare si sono registrati in questi anni molti casi di suicidi tra i contadini, indebitati fino al collo per ripagare l’acquisto di sementi Ogm sterili, pesticidi tossici e fertilizzanti dannosi per l’ambiente, il cui risultato doveva essere l’assicurazione del benessere delle loro famiglie.

Inoltre secondo uno studio realizzato dall’UE il 7-8% delle patologie dermatologiche sarebbe dovuto a ciò che indossiamo.

Questo cotone viene esportato nelle zone di lavorazione con un costo di manodopera molto basso, qui viene trasformato in filato e tessuto, poi stampato e colorato con l’uso di prodotti chimici e acqua, moltissima acqua, per essere precisi 20,000 litri per un paio di pantaloni e una maglietta.

Questi vestiti sono prodotti da donne, bambini e migranti sottopagati, i quali passano la loro vita a lavorare nelle filiere, utilizzando coloranti nocivi e cancerogeni: tutto questo per produrre vestiti che saranno poi venduti nei negozi di tutto il mondo. Essi lavorano in condizione di mancata sicurezza; si è parlato a lungo di questo problema dopo il crollo del Rana Platza Factory Complex nel 2013 a Dhaka, dove è crollato un palazzo di nove piani, al cui interno si trovavano moltissimi laboratori di manifattura tessile. Nell’incidente persero la vita 1,133 persone.

Oggi compriamo il 400% in più di vestiti rispetto al 1990. Con la voglia insaziabile di avere nuovi vestiti vengono i problemi dell’inquinamento, i costi sociali e ambientali, i costi dei trasporti, e infine le discariche dove si trovano milioni di tonnellate di vestiti, buttati perché fatti per durare poco.

E´ giunto il momento che ogni essere umano rifletta su questo tema, cambiando il modo di pensare sui suoi indumenti, e inizi a fare qualcosa di concreto per il mondo.

Vi confesso che non ho scritto questo articolo per farvi cambiare idea. Cioè, mi piacerebbe ma non sono in grado di utilizzare tecniche psicologiche per manipolare la vostra mente. Quella che vi ho raccontato è una grande storia di avidità e paura, potere e povertà, ed è un tema complesso perché si estende in tutto il mondo, ma è anche semplice perché ora sappiamo quanti cuori e quante mani stanno dietro ai nostri vestiti.

Carolina Ianna – XII classe


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