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Abbattiamo tutti i muri!

Durante le mie vacanze estive, ho avuto il piacere di visitare lo stato d’Israele e la non ancora riconosciuta Palestina, scoprendo che in questi paesi quasi ogni giorno scoppiano liti tra piccoli gruppi di persone, appartenenti a una diversa religione, con sparatorie e svariati morti.

Ma qual è il motivo che spinge questi paesi a compiere atti così cruenti?

Per rispondere a questa domanda, dobbiamo tornare indietro nel tempo, a circa 3 mila anni fa, quando il popolo ebreo guidato da Giosuè giunse nella cosiddetta “Terra Promessa”: la Palestina. Questo regno durò per 13 secoli, fino a quando venne distrutto. Da allora gli ebrei vissero disgregati nel mondo, senza più una patria, poiché la Palestina rimase occupata dai popoli musulmani per 2000 anni, fino a quando il 14 maggio del 1948 lo statista David Ben-Gurion proclamò la costituzione dello stato d’Israele. Ciò accadde dopo la seconda Guerra Mondiale e lo sterminio di 6 milioni di ebrei da parte dei nazisti, che portò l’Assemblea generale dell’Onu ad approvare il piano di partizione della Palestina, con la costituzione di uno stato ebraico e di uno arabo.

Tali eventi bastarono a far infuocare il popolo palestinese che si vide privare di una notevole porzione di terreno senza essere interpellato. Oltre a questo i palestinesi dovettero subire l’affronto di veder il popolo israeliano ricevere tutta la parte santa di Gerusalemme, che era sotto il controllo dell’Onu per evitare liti tra i vari stati pretendenti.   

Successivamente, dopo la costituzione del proprio stato, Israele dovette affrontare ben 5 guerre, tra il 1949 e il 1973, contro i paesi limitrofi, ossia Egitto, Siria, Giordania, Libano e Iraq, che non erano d’accordo sulla sua nascita. Dopo questi scontri, Israele innalzò un muro, al confine con la Cisgiordania, chiamato in seguito “linea verde”; esso segna le frontiere precedenti alla guerra dei sei giorni, con la quale nel 1967 lo stato israeliano occupò i territori palestinesi.

Nel 1987 scoppiò la prima intifada, che portò agli accordi di Oslo del 1993, e alla successiva creazione dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Dopo questi accordi, la Cisgiordania venne suddivisa in tre aree amministrative: l’area A, sotto controllo palestinese (18% del territorio); l’area B, a controllo misto (21 % del territorio); e l’area C, controllata da Israele (60 % del territorio). Oggi la maggioranza della popolazione palestinese vive principalmente nelle zone A e B; ma, a differenza dell’area C, non sono zone molto rigogliose né abitabili, poiché nella maggior parte di esse si estende il deserto. Questo aiuta il popolo israeliano che si trova con una notevole porzione di terreno, e per lo più fertile.

Nel 2000 questi eventi portarono alla seconda intifada, nella quale i palestinesi si ribellarono contro l’occupazione israeliana; questo scontro provocò la morte di tremila palestinesi e mille israeliani. In seguito nel 2002 lo stato d’Israele iniziò a costruire, soprattutto lungo il versante palestinese della linea verde, un nuovo muro per impedire altri attentati. Attualmente in Cisgiordania ci sono 132 insediamenti israeliani e 97 non ancora riconosciuti, nei quali vivono circa 400 mila coloni.

Un altro confine demarcato da un muro, di cui ho avuto testimonianza diretta, è quello ungherese, fatto erigere dal presidente Viktor Orban, per proteggere il proprio paese dai popoli provenienti dai Balcani. Tuttavia durante lo scambio culturale, che ho svolto proprio con il paese magiaro, ho avuto l’occasione di chiedere un parere ad alcuni ragazzi che mi hanno rivelato di sentirsi rinchiusi e intrappolati da quando il loro presidente ha creato questa nuova grande recinzione.  

 Ascoltando queste parole posso solo immaginare la sofferenza che provoca il muro ideato da Orban, poiché penso che sia molto difficile per questi ragazzi incontrare persone provenienti da altre nazioni. Questo problema interessa molto da vicino le famiglie divise da esso, o quelle persone che devono lavorare dalla parte opposta, ed ogni giorno devono fare ore di controlli, per superare il confine. Lo stesso problema lo vive quotidianamente lo stato d’Israele, con la sola differenza che il muro che ha innalzato serve a proteggerla dagli attacchi dei palestinesi.

Secondo me, in entrambi i casi la soluzione migliore sarebbe che i governi dei vari popoli si chiarissero, evitando così molte separazioni e milioni di morti. Sarebbe opportuno abbattere i muri e creare patti favorevoli alla vita delle persone, affinché possano avere un’esistenza più sicura e umana, in quanto abbiamo tutti il diritto di vivere liberi e felici.

Giovanni R. – XII classe

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