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Teatrino di marionette in VII Classe

La VII classe durante il Carnevale ha presentato ad alcune classi e ai genitori, uno spettacolo di marionette tratto dalla fiaba tradizionale italiana “Quaquà Attaccati là”, presente in una raccolta curata da Italo Calvino. La scelta è caduta su questo testo per il carattere umoristico  e un po’ dissacrante che la fiaba contiene che ben si adatta alla VII classe e alla  natura di questa classe in particolare. Per movimentarla ulteriormente  si è chiesto al maestro Vincenzo Pagotto, fine conoscitore del dialetto di Vittorio Veneto, di tradurre in tale idioma tutti i dialoghi  tra i personaggi che i ragazzi hanno interpretato.

Perché uno spettacolo di marionette: tra i dodici ed i tredici anni avvengono nel corpo dei fanciulli delle grandi trasformazioni, tra le altre, le membra si allungano e lo scheletro dipende nel suo movimento, molto di più che non in passato, dalla muscolatura; questo può rendere i ragazzini impacciati, goffi, non più liberi e disinvolti nei movimenti, a tratti un po’ “meccanici”. Iniziano a prendere consapevolezza del proprio corpo, a piacersi o dispiacersi (più spesso la seconda) e a guardarsi l’un l’altro. Nel fabbricare e muovere le marionette  l’attenzione viene portata fuori di loro e la tensione è volta a cercare di rendere il più possibile fluido e naturale il movimento di un pupazzo il  cui carattere e l’espressività non possono dipendere esclusivamente dai tratti che gli sono stati disegnati, dai vestiti che porta e dal movimento che gli viene imposto. Per renderla “viva” è necessario che l’anima di colui che muove la marionetta si colleghi al personaggio e sia in grado di provare dentro di sé le emozioni che gli si vogliono far esprimere. È un modo per far sperimentare al ragazzo, emozioni che possono vivere anche in lui, aiutandolo così a riconoscerle e dominarle.

Una seconda ragione per mettere in piedi uno spettacolo di marionette era il desiderio di coinvolgere la classe in un lavoro comune,che avesse una valenza sociale, la cui riuscita dipendesse dalla collaborazione di tutti e che al contempo lasciasse a ciascuno la possibilità di esprimersi, appassionandosi ad uno o all’altro personaggio;  ad un aspetto o l’altro della messa in scena. Ecco allora che qualcuno si è da subito preso a cuore un personaggio, il Tignoso piuttosto che il Prete, il Re piuttosto che la Principessa, ecc., chi invece si è dedicato con instancabile dedizione alle scenografie, mattonella del salone dopo mattonella, chi si è occupato della struttura che doveva tenere in piedi le scene, chi delle musiche supportato dalla maestra Elena Marzetta e così via. Il prezioso aiuto del maestro Valerio Falcone per la recitazione e la drammatizzazione infine, hanno reso possibile lo spettacolo che infine è stato messo in scena, di cui potete vedere le immagini nelle splendide fotografie di Angelica Riccadonna.

L’impegno profuso infine dalla classe e la capacità di collaborare per la buona riuscita dello spettacolo, hanno confermato ancora una volta il valore pedagogico dello strumento : Teatrino di marionette.

Michela Bellotto

 Quaquà! Attaccati là!

Un Re aveva una figlia, bella come la luce del sole: aveva due occhi scuri come le more, la fronte bianca, la bocca rosea e i capelli neri come il carbone. I principi  e i gran signori l’avrebbero voluta in sposa se non fosse stato per via del patto che aveva stabilito con suo padre.

Bisogna sapere che una volta questo Re aveva offerto un gran pranzo, e mentre tutti gli invitati ridevano e stavano in allegria, solo sua figlia rimaneva seria e scura in volto. “ Perché così triste?” le domandarono i commensali. E lei: zitta. Tutti si provarono a farla ridere, ma nessuno ci riusciva.

“Fia mea, cos’atu, setu rabiada?”

“No”

“E a(e)ora ridi!”

“Ades no riderie gnanca se dovese restar seca morta, qua dove che son!”

“Ma brava! Che raza de discorsi!... A mi, però me a’ vegnù in mente na bea idea … Za che te se cusì brava, fen un pato. Chi che vorà sposarte el dovarà eser bon de farte rider”.

“Va ben, ma a tuti quei che noi ghe riusirà, ghe vegnarà taiada a testa!”

 

E così fu stabilito, tutti i commensali erano testimoni e ormai la parola data non si poteva più ritirarla.

La voce si sparse per il mondo, e tutti i principi e i gran signori volevano provare a conquistare la mano di quella Principessa così bella. Ma quanti ci provavano, tutti ci rimettevano la testa. Ogni mattina di buonora la Principessa si metteva sul poggiolo ad aspettare che arrivasse un pretendente. Così passavano gli anni e il Re aveva paura di vedersi questa figlia andarsene in semenza come un vecchio cespo di insalata.

Ora accadde che la notizia capitò in un paesotto. Si sa ce a veglia, nelle stalle, si vengono a sapere storia di tutti i generi, e così si parlò di quel patto della Principessa.  

Un ragazzo con la tigna in testa, figlio di un povero ciabattino, era stato a sentire a bocca aperta. E disse:

“Ghe vae mi!... No sta rider, vae sul seri!”

“Tasi su, fiol meo, no sta dir sempiade”

“No, pare, vui proprio tentar, za doman me meterò in viagio.”

“Te te frie sol rider drio. E quel che l’è pezo, te farie la fine de tuti quei altri”.

“Mi, pare, voi diventar un re!”

“Finisea ades! Basta! Anden a casa, camina, camina”.

L’indomani mattina il padre non pensava nemmeno più a quell’idea del figlio il quale invece tornò fuori con quel discorso, e a niente servirono consigli, minacce o preghiere. Allora il poveruomo gli diede tre pani, tre palanche e un fiasco di vino, perché almeno non morisse di fame per la strada e il tignoso partì.

 

Cammina, cammina, incontra una povera donna che si trascina appoggiandosi a un bastone.

 “Aveu fame, parona?”

“Si caro fiol, tanta! Ti ‘vrestitu qualcosa da meter soto i dent?”

“Eco qua le me tre pagnote”.

E cammina, cammina. Trova un’altra vecchia, seduta sulla scarpata di un fosso, avvolta malamente in vestiti sbrendolosi.

“Benedeto tosat! Vrestitu qualche scheo par comprarme un vestì?”

“Ho sol tre paeanche, parona, ma vee dae voentieri! Ecoe qua;”

“Che el signor te benedise!”

E cammina, cammina. Incontra un’altra donna, vecchia, grinzosa, che se ne stava con la lingua fuori dalla sete che aveva.

“Caro fiol, te salvarie un’anima del purgatorio se te me dese qualcossa da bagnar la lengua!”

“Eco qua el me fiasco de vin, bevè, bevè! Tanto mi son zoven, e a mi ghe penserà el signor”.

La vecchia ne bevve un sorso e lui la invitò a bere ancora, finché non gliel’ebbe scolato tutto. Rialzò il viso e non era più una vecchia ma una bella fanciulla con una stella tra i capelli.

“Mi so dove che te si drio ‘ndar! O’ za conosest el to bon cor! Satu chi che l’era quea vecia che te à incontrà prima? … Ere sempre mi! Des te voi iutar … Te regae sta oca qua. Ricordete, quando che qualchedun la tocherà, ea la zigherà: ‘ Quaquà! ’ e ti te dovrà risponder: ‘ Tachete là ’”.

E la bella fanciulla sparì.

 

Il tignoso proseguì la su strada e l’oca lo seguiva. A sera arrivò a un’osteria e, senza soldi com’era, si sedette fuori, su una panca. Uscì l’oste e voleva cacciarlo via, ma in quella capitarono le due figlie dell’oste e, vista l’oca, dissero al padre:

“ Ve prego, pare, no ste mandar via quel foresto … Feo vegner dentro e deghe da magnar e da dormir”.

L’oste capì il sottinteso.

“Vé rason. El tosatel dormirà in te na bea stansa e l’oca la porteren in tea sta(e)a”.

“Gnanca par sogno! L’oca la sta co mi. L’è massa bea par meterla in te na sta(e)ai”.

“Va  ben, va ben. Come che te vol ti”.

Dopo mangiato il tignoso andò a dormire e l’oca la mise sotto il letto. Mentre dormiva, gli parve di sentire un tramestio; e tutt’a un tratto l’oca fece: “Quaquà!”

“Tacheté là!”  gridò lui e si alzò a vedere.

Era la figlia dell’oste, che carponi, in camicia, aveva abbrancato l’oca per portarle via le piume e ora era rimasta appiccicata in quella posizione.

“Ah, sorea, sorea, iuteme! Vien a stacarme da qua!” gridò. Venne la sorella, in camicia anche lei, abbraccia la sorella alla vita per staccarla dall’oca, ma l‘oca grida:

“Quaquà!”.  E il tignoso:  “Tachete là!”  e anche la sorella resta lì attaccata.

Il giovane s’affacciò alla finestra: era quasi giorno. Si vestì e uscì dall’osteria, con l’oca dietro e le due figlie dell’oste attaccate. Per strada incontrò un prete che leggeva il breviario e tornava a casa bel bello dopo aver celebrato la messa.

Vedendo le figlie dell’oste in camicia, il prete si mise a gridare:

“Ah brute vergognose! Eo cusì che se va in giro? Ades ve afe veder mi!”

E invelenito com’era si avvicinò alla seconda ragazza e, paf! Giù una sculacciata.

“Quaquà!”  fa l’oca.

“Tachete là!” dice il tignoso, e il prete resta attaccato anche lui.

E via avanti con quello strano seguito alle spalle. Poco dopo incontrano un calderaio con i paioli della polenta sulla schiena.

“Ah, canaia de un prete! E in pì col libro da mesa in man! Speta, speta!”

E giù bastonata.

“Quaqua!”  fa l’oca.

“Tachete là!”  fa il tignoso, e ci resta attaccato anche il  calderaio, con tutte le sue pentole.

 

La processione di buon’ora arrivò alla capitale. La figlia del Re quella mattina era come al solito sul poggiolo, quando vide arrivare quella compagnia: il tignoso, l’oca, la prima figlia dell’oste, la seconda figlia dell’oste attaccata alla prima, il prete col breviario attaccato alla seconda, il calderaio con casseruole, pentole e tegami attaccato al prete. A quella vista, la Principessa scoppiò a ridere come una matta e si mise a gridare:

“Pare, pare vegné a veder che spetacol!”.

“Ecome ecome, cosa eo cusì da rider e da zigar!” anche lui cominciò a ridere da tenersi la pancia e tutti quelli che vedevano la scena scoppiavano a ridere come se gli facessero il solletico.

Sul più bello della risata generale, l’oca e tutti quelli che c’erano attaccati sparirono.

Restò solo il tignoso. Entrò nel palazzo e si presentò al Re.

“Maestà… Co reverensa umiisssima, son qua par domandar in sposa la vostra beissima fia!” .

Il monarca vide che aveva la tigna, e che inoltre era tutto stracciato e sbrendoloso. Gli disse allora:

“Ma sta bon, cosa ditu! … Al masimo te pose dar un posto da servitor nel paeazo!”.

Ma il giovane non ne volle sapere. Il Re allora lo fece lavare e rivestire da capo a piedi, e così ripulito e rimesso a nuovo sembrò anche un bel ragazzo. Si presentò alla Principessa, lei se ne innamorò e volle subito sposarlo.

“Cara Principesa, ades che so ch podaren sposarse … Te domanderie una gran grazia: … Vorie tanr che anche me pare podese star co tuti noialtri…”.

Udite queste richieste, il Re fece subito attaccare i cavalli alla carrozza e con un tiro a quattro si recarono dal calzolaio.

Il poveraccio, dopo che il figlio l’aveva lasciato, non poteva più darsi pace. Era tormentato dal rimorso di averlo lasciato partire. Stava seduto sul ciocco, davanti alla porta e piangeva:

“Maedeta chea volta che l’ò asà partir! Ades pore mi, nol vederò mai pì!...”

Voleva rientrare in casa, ma il veicolo si fermò proprio davanti a casa sua.

“Caro parè son tornà!  Son qua coea me sposa e al Re so pare.  Son qua par portarte via co noialtri … Basta co sto pianzer!”

La nuora lo baciò in fronte. Poi risalirono tutti i carrozza, e il povero calzolaio non riusciva a stare nella sua pelle dalla contentezza.

Tornarono alla capitale e ci furono grandi feste, di quelle che voi ed io non abbiamo mai viste ne sentite.

 

 Friuli – da “Fiabe italiane” di Italo Calvino

Testi in dialetto vittoriese di Vincenzo Pagotto


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